Archivio di Marzo 2006

Pergamon, Berlin

Giovedì 30 Marzo 2006

Mercoledì 29 Marzo 2006

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Mercoledì 29 Marzo 2006

L’ho scampata già una volta. Ora sarò costretto a cedere alle insistenze di un amico per andare a vedere il film di Moretti. Ho esaurito le scuse.

Pare che tutti abbiano una grande e improvvisa urgenza di farsi raccontare, pagando, quanto sono stati cretini. E quanto ci siamo imbruttiti tutti quanti. Evidentemente serve a sentirsi, dopo, più sollevati. A consolarsi? Compatto il popolo della sinistra (e non solo) marcia sui cinema per la celebrazione del rito purificatorio collettivo. A rivedere in rappresentazione quello che non si è saputo o non si è voluto fermare.

E’ forte la sinistra, perché con la sua riconosciuta egemonia culturale è riuscita nel corso degli anni a volgere in celebrazione persino le proprie sconfitte.

psss: Monicelli l’ha detto (riferendosi ai temi della famiglia), nella sostanza il cinema morettiano è conservatore

Accorruomo

Mercoledì 29 Marzo 2006

Le edizioni online dei quotidiani italiani (1, 2, 3) hanno già messo in soffitta i commenti sul voto israeliano per sostituirli con l’ultima novità dalla regione: gli Usa (Etas-Unis e EEUU per francesi e spagnoli) vietano rapporti diplomatici e di affari con il nuovo esecutivo guidato da Hamas, che si insediava oggi.

L’ho sentito la prima volta oggi pomeriggio nello speciale di LA7 sulle elezioni, in cui si potevano ascoltare, con sorpresa, considerazioni molto ponderate da parte dell’inviato del Corriere. La conduttrice a un certo punto ha inserito nel dibattito questo lancio di agenzia, chiedendo un commento, ma i presenti sembravano poco interessati a distogliersi dall’approfondimento sulle prospettive che le due elezioni aprono, per occuparsi di una notizia di peso ma scontata per un verso e poco valutabile nell’immediato per l’altro.

Vedo invece dalle pagine dei nostri giornali che è stata accolta immediatamente e rilanciata dall’uno all’altro. Da dove viene questa predilizione per il drammatico e per la consumazione immediata? Perché i media nostrani sono così tristemente uniformi nei temi proposti e se uno si dà al grido al lupo tutti immediatamente lo seguono? Perché, va precisato, le testate straniere non mettono ancora in prima la notizia. O i nostri giornali sono più scaltri o… Io maliziosamente ci leggo anche un sollievo, il sollievo per una posizione drastica americana che riempie la scena e in fin dei conti libera queste testate dal compito di dare loro un’interpretazione di fatti tanto intricati e controversi (un lavoro che costa fatica, dignità e pazienza). Hamas no, punto, lo dice Bush, punto.

Dicevo dell’inviato del Corriere: evidentemente nel clima di eccitazione generale che ci accompagna da qualche anno c’è qualcuno che cerca di reagire, di invertire la rotta, magari ricominciando a fare semplicemente il mestiere di giornalista. E non è un caso isolato. Sandro Viola di Repubblica sta scrivendo analisi sempre più disincantate e lucide da laggiù. Io penso che il protrarsi di una situazione intollerabile e il paradosso di come viene raccontata abbia finito per smuovere le coscienze e rompere le cautele. Di alcuni.
Ma lo stesso Viola, che solo qualche giorno fa riportava bruscamente l’attenzione sul fatto che anche solo l’evocazione del processo di pace fosse scomparsa dalla campagna elettorali di tutti i partiti israeliani, si ritrova il pezzo di oggi sulle elezioni accompagnato da un titolo che recita: “Gli israeliani dicono sì alla pace”. Beffardo, insensato, superficiale, in contrasto con i contenuti dell’articolo. E quindi mi fa riflettere questa contrapposizione tra le testate (televisive e giornalistiche) che paiono ancora imbambolate dai fantasmi di cinque anni di ubriacatura neocona e alcuni professionisti che cercano di ritrovare il filo del discorso, scrollarsi di dosso la polvere e ricominciare a tessere dei ragionamenti.

I blog, un mezzo classista?

Mercoledì 29 Marzo 2006

[dibattito]

Sono preso da una morsa riduzionistica, non mi spiacerebbe scrivere i titoli e lasciare lo svolgimento ai commentatori (quali?). Che non è nemmeno una tecnica originale, anzi, a parte il portarla all’estremo.

Comunque il senso era: io sono da sempre abituato a definire l’informatica un mezzo neutro. Un concetto che ritorna spesso anche nelle definizioni che si usa dare della rete e poi dei blog. Non puoi criticare lo strumento blog in sé, perché ci sarà sempre qualcuno che si alza e ti spiega che è un blog è un blog, non possiede proprietà taumaturgiche, che non bisogna avere chissà quali attese o pretese visto che in fin dei conti tutto dipende da come lo si usa (e da come gli gira al padrone di casa).

In realtà questa è la posizione dell’ala ragionevole. L’ala oltranzista è pronta a difendere la comunicazione informale fatta in rete con le barricate, a prescindere e in ogni caso. Che le due ali qualche volta siano sostenute dalla stessa persona è un dettaglio secondario, ma significativo. Se il blog dà a tutti un equo accesso ai mezzi di espressione, il suo ruolo non può che essere intrinsicamente positivo. Proprio male che vada è difficile che faccia grossi danni, visto che si tratta solo di opinioni personali, circoscritte a chi le divulga e alla sua cerchia.
Quello che mi stavo chiedendo è se il mezzo blog non fosse invece di suo tutt’altro che neutro, né necessariamente un fluidificatore delle comunicazioni. E se invece promuovesse un modello di relazioni fondamentalmente statico? Nel senso che nonostante i commenti, i trackback, le interazioni da sopra, da sotto, di lato favorisse poco lo scoccare di quella scintilla che mette in moto le opinioni, le fa cozzare, le rimescola e crea le condizioni per un cambiamento, per una novità.

Se insomma i blog fossero fondamentalmente democratici e altrettanto fondamentalmente classisti? Vale a dire che mantengono lo status quo, che conservano, che uno parte da una condizione e in quella condizione rimane a parte qualche impercettibile scossone. Nella sua casetta.

Irretiti

Lunedì 27 Marzo 2006

Come da copione, una volta che mi sono deciso a prendermi la briga di installare wordpress e mettere in piedi un blog degno di questo nome (almeno per quanto riguarda il contenitore), mi ritrovo in un momento in cui ho davvero poco da dire. Una mancanza di ispirazione non è niente di che. Ma qua mi è passata proprio la voglia di negoziare ogni parola, di contendermi la ragione e questo è un po’ più grave.

Comunque benvenuto a chi arriva qui per la prima volta.

Piccola precisazione sul nome del blog: è assolutamente casuale. Idem per il nick che mi accompagna da anni in IRC, su Persone e altrove, cioè Baluba. E’ come dire foo/bar oppure John Doe. Non c’è nessun significato recondito, nessun richiamo regionale. Baluba sta per pirletta e di per sé è un termine spurio nello stesso dialetto (o così almeno sostiene il mio esperto di fiducia). Quindi più che una dichiarazione di appartenenza lo è di semi-appartenza e un po’ incerta.

Adotta il voto di un immigrato

Mercoledì 22 Marzo 2006

Contro il logorio della vita moderna e il pessimismo rassegnato, petulante e neanche un poco pessottimista che aleggia dalle nostre parti, una splendida iniziativa di Sherif El Sebaie:

[…] Ma quello che mi preoccupa ancora di più è vedere alcuni cittadini italiani - di sinistra o vicini ai suoi ideali - esternare la loro volontà di astenersi dal voto mentre intere popolazioni vengono bombardate dalle Destre proprio con la scusa di regalare loro questo diritto. L’astensione è una prospettiva orribile per chi deve subire una miriade di provvedimenti e di esternazioni a dir poco umilianti senza possibilità di cambiare le cose in meglio per sé stesso e per tutti. Ritengo che le idee espresse nel programma dell’Unione in materia di immigrazione siano un balsamo capace di lenire ferite che rischiano di incancrenirsi irrimediabilmente. Quindi, cari amici italiani, se non volete votare per voi stessi, fatelo almeno per noi. Se non avete a cuore i vostri interessi, abbiate pietà almeno delle nostre esistenze, della nostra dignità umana calpestata ogni santo giorno. Adottate i nostri voti e quelli dei nostri figli. Andate a votare, per il bene dell’Italia.

Da Salamelik appello pubblicato anche sul manifesto del 21/03/2006

Per l’occasione linko anche un post da un blog cairota letto un annetto e mezzo fa e che mi avevo molto colpito, proprio per lo spirito indomito con cui l’autore fustiga l’apatia dei suoi concittadini e li invita a votare per il cambiamento, pur sapendo di trovarsi in una situazione politica che lascia ben poche speranze di voltare pagina. A colpire era il contrasto con lo “spreco” che spesso si fa in Italia di un diritto pieno e concreto di poter decidere del proprio destino.

Unseen unforgotten

Mercoledì 8 Marzo 2006

1958: This Bessemer swimming pool was for blacks only

http://www.al.com/unseen/

Discovery in News archives leads to publication of unseen images of civil rights movement in Birmingham.

Ali Farka Toure

Mercoledì 8 Marzo 2006

E’ morto il Bluesman dell’Africa, Ali Farka Toure.

http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/africa/4782176.stm

Ma l’Europa?

Mercoledì 8 Marzo 2006

Pietro e El Angel: sto cercando un punto di incontro sul quale possiamo intenderci e secondo me esiste, perché gli interessi, la tutela di se stessi, dovrebbero essere un campo abbastanza neutro su cui dibattere. Dunque lasciamo pure perdere il galateo, il benaltrismo, il relativismo di maniera. Intanto fare questo significa però accantonare anche tutte le risposte celoduriste basate sull’esibizione e sul proclama, perché si muovono esattamente sullo stesso piano: se la buona educazione non è risolutiva, tanto meno lo è quella cattiva, in entrambi i casi se non c’è dietro un’idea e un progetto ci si ferma alle schermaglie.

El Angel fa riferimento all’appeasement e a Monaco, cioè la realpolitik spicciola che ha voluto minimizzare il pericolo nazista in nome di un piccolo vantaggio immediato. Intanto questa argomentazione usata per proporre politiche muscolari è stata inaugurata da Madeleine Albright credo nel ‘98 e da allora, nonostante i non proprio brillanti risultati, la si continua a ricicciare invariata in ogni dove. Cerchiamo di aggiungere perlomeno qualcosa.
Poi ometti di dire che Churchill contestava la realpolitik poco lungimirante dei suoi avversari, non per dare fuori di matto o fare provocazioni futili, ma in nome di una realpolitik ancora più profonda. Aveva una comprensione degli avvenimenti, un’analisi sulla direzione che avrebbero preso e un’idea dei mezzi per intervenire.

A parte gli inviti a non cedere, non prostrarsi e tenere duro (che fanno esattamente il paio con il generico vogliamoci bene) questi tre elementi non li vedo nel campo dei nostri irriducibili.

E non capisco neanche tanto bene, ribadisco, dove voglia andare l’Europa. Gli Stati Uniti un piano cazzone e spietato ma pur sempre un piano l’hanno avuto. Che più o meno si muove lungo la linea del, non reggerà a lungo la nostra posizione favorevole derivante dal fatto di essere rimasti l’unica superpotenza, ritardiamo lo scenario multipolare che si sta delineando facendo esplodere una guerra in uno snodo strategico, facciamo abbassare le orecchie agli europei dimostrandogli quanto è fragile la loro unità politica, mandiamo un segnale a Cina, Russia e sauditi che non si sognino di fare i conti senza l’oste e mettiamo una bella ipoteca sulle fonti di energia, comunque vada.
Il nostro interesse di farci dividere, avere una guerra ai confini e ritardare il momento in cui come Unione cominciamo ad avere voce in capitolo (con il rischio di perdere il treno per sempre) non capisco dove stia.
Oltretutto nell’amministrazione statunitense sono dei gran figli di puttana, ma anche dei gran pragmatici. Zitti, zitti hanno la flessibilità giusta (e la faccia di tolla) per riadattarsi ai mutamenti degli scenari. La parte B del piano ora che la situazione si trascina e sta diventando onerosa recita più o meno, facciamo dei passettini indietro per cavarcene fuori: hanno mezzo scaricato senza clamori gli ideologi neocon, si mostrano più riluttanti alla sfida spavalda su tutti i fronti, Bush ha dovuto a caldo celebrare le elezioni in Palestina e infine il colpo di genio, la vera chicca per fare una giravolta continuando a tenere il mazzo di carte in mano, si sono detti, noi dobbiamo tenere un profilo basso per far chetare le acque, ma vuoi vedere che pigliamo due piccioni con una fava e si riesce a convincere quei tontoloni degli europei a mettersi in prima linea al posto nostro? Detto fatto: hanno combinato pasticci che la metà basta tra Irak, Iran e Palestina e ora sono riusciti a convincere noialtri a difendere cotanti risultati in vece loro, a fare la voce grossa al loro posto, a prenderci giustamente i pomodori mentre loro si abbassano. Puro genio.

El Angel, sul punto 2 glisso e lascio a più preparati di me: nei documenti che hai linkato si sottolinea comunque che a dispetto di quanto sostenuto dal governo egiziano non sembrano esistere riscontri di un coinvolgimento dei Fratelli Mussulmani in attività terroristiche. E che stando così le cose diventa particolarmente insostenibile una posizione che caldeggia aperture di spazi democratici, ma si rifiuta di fare i conti con il consenso di cui gode il movimento islamico.

In fondo invece mi ributti la palla sul tema di chi sta facendo o non facendo degenerare le relazioni. Una critica frequentemente rivolta al mondo islamico, sia dall’interno che dall’esterno, e di farsi scudo delle ingiustizie che a torto o a ragione si dichiara di subire, per non decidersi ad agire e dare una svolta al proprio destino. Ecco, questa cosa vale anche per noi. Io penso che non sia nel nostro interesse che i conflitti, che ricordiamo al momento continuano a verificarsi fuori dai nostri confini, ma minacciosamente vicini, non si deteriorino. Quindi si tratta di intervenire per risolverli non di trovare scuse nel comportamento altrui per gettare la spugna.
Dico io, ma è possibile che in tutti questi anni un’area estesissima con milioni di abitanti, a sud e nord del mediterraneo, si trovi ostaggio di una disputa su un territorio poco più grande e popoloso della Lombardia? Che perdipiù collasserebbe senza gli ingenti finanziamenti esteri. Cosa si aspetta? Che il conflitto si estenda come già in parte succede? Che la Cina emerga come superpotenza e senza troppi scrupoli metta una parola fine alla vicenda trasferendo forzatamente e israeliani e palestinesi in Mongolia?

Qua ci servirebbero gli Enrico Mattei, i Willy Brandt e gli Olof Palme e ci troviamo invece Calderoli (perché invece Chirac…, Blair…).

Qualche link a corredo per chi vuole approfondire:
-sulle politiche di bottega dei governi europei:
http://www.lemonde.fr/web/article/0,1-0@2-3232,36-745553,0.html

-i contatti tra Iran e Russia:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/4752620.stm

-l’apertura diplomatica della Russia ad Hamas:
http://www.haaretzdaily.com/hasen/spages/687535.html

-Sandro Viola: Putin insegue una nuova grandeur russa:
http://rassegna.governo.it/dettaglio.asp?d=8120395