Tu chiamala se vuoi strategia della tensione
D: Onorevole Visco lei pensa che in questi ultimi mesi abbiate sbagliato qualcosa?
R: In questi ultimi mesi? Noi sbagliamo sempre, qualsiasi cosa si faccia non va bene comunque.
Vincenzo Visco intervistato da RepubblicaRadio, 18 aprile 2006
Stavo giusto considerando quanto ci troviamo immersi in uno stato emotivo favorevole a chi eventualmente volesse rovesciare il tavolo, che arriva la notizia di Nassiriya. No, non mi voglio lanciare in dietrologie spericolate: credo solo a ciò che vedo. Quello che vedo in modo molto chiaro è un’opinione pubblica sfibrata da cinque anni di pernacchie e da qualche mese di campagna elettorale in cui Berlusconi, sapendo di aver deluso ed essere destinato alla sconfitta, ha deciso di giocare la carta della caciara e del provare a spalmare equamente lo scontento (che ha generato lui) anche sull’opposizione (che non c’entra niente). Vecchie tecniche da manuale dalla sezione “tramortisci e intorbida”, anche dette familiarmente della supercazzola.
Se non bastasse il voto a dimostrarne l’efficacia, c’è questo cupo senso di censura e sfiducia che aleggia sulla coalizione vincitrice. Nonostante ce la sia sfangata per un pelo e sudandosi la vittoria, nonostante dal governo uscente si stia gestendo la partita come una questione privata (”i miei avvocati troveranno l’inghippo per riprendermi il risultato”, come già sul Lodo Mondadori e il caso SME), invece di incazzarsi e tirare fuori i denti, parte dell’area di centrosinistra è pervasa da un atteggiamento di arrendevolezza preventiva ed è pronta a scattare su ogni timido segnale di vitalità dei neoeletti, trovandoci nuove ragioni per gettarsi la croce addosso. Non va bene se festeggiano, non va bene se stanno zitti, non va bene se si contendono i posti, non va bene se non parlano delle tasse, non va bene se parlano delle tasse, non va bene se ci chiedono la fiducia in bianco, non va bene se scrivono il programma perché è troppo lungo e dettagliato, non va bene il programma perché è troppo vago e generico. Prima di questi fatti recenti mi aveva già lasciato di sasso il fatto che il solo comparire in pubblico di un esponente della maggioranza a ribadire dopo la vittoria alcuni punti (scontati) del programma avesse scatenato un putiferio. Di un’intervista di mezz’ora molto normale a Bertinotti, che dovrebbe essere una notizia, visto che in democrazia chi governa è tenuto a informare su come intende procedere, si discute solamente di una frase dell’ultimo minuto su Mediaset. Al che comunque mi viene da dire: ma scusate abbiamo fatto per finta, non abbiamo dato un voto con mandato preciso di intervenire sul sistema radiotelevisivo? Rifondazione esprimerà il concetto in modo ruvido e altri lo faranno in forma più mediata, ma il senso rimane quello ed è giusto ribadirlo: è un atto di chiarezza e trasparenza, o no?
L’incipit dell’articolo di lunedì di Giovanni Valentini su Repubblica, uno che nella tradizione del suo giornale in questi anni ha rovesciato tuoni e fulmini su Berlusconi e i suoi affari, è di questo tenore:
SI PUÃ’ anche capire che un comunista ortodosso e praticante come Fausto Bertinotti, non avendo grande consonanza con le regole del capitalismo e del mercato, arrivi a prospettare incautamente un “ridimensionamento di Mediaset” quasi fosse un atto di giustizia sociale, una sorta di esproprio proletario, l´abbattimento di un ecomostro mediatico. La sua è la cultura, e la logica, della sinistra antagonista. Ma non può essere questo l´approccio di un sano riformismo alla “questione televisiva”, con tutte le anomalie pubbliche e private che si trascina dietro da anni. A parte il fatto che una sortita così maldestra rischia di complicare ora la candidatura di Bertinotti alla presidenza della Camera, e forse anche di ridimensionare – appunto – le sue presenze nei tg e sulle reti Mediaset, la proposta appare francamente tanto velleitaria quanto impraticabile.E nello stesso tempo, minaccia di danneggiare l´immagine già incerta e precaria di questo centrosinistra allo stato nascente, condizionato oggettivamente proprio dall´ipoteca comunista e dal potere contrattuale (per non dire peggio) che Rifondazione non ha esitato a far valere nemmeno al tavolo delle più alte cariche istituzionali. [Continua]
Dopo aver sfanculeggiato almeno il 5% della coalizione,sulla base della semplice appartenenza e a prescindere , che già mi sembra un risultato ragguardevole (a parte che ortodosso mal si adatta alla biografia politica di Bertinotti e al suo stesso partito che ha un taglio movimentista e molto poco PCIano), il giornalista svolge un ragionamento approfondito su una domanda a cui l’esponente politico ha dovuto rispondere in una manciata di secondi. E la conclusione è la stessa perché puoi usare l’approccio del sano riformista o del buzzurro patentato, ma la sostanza rimane quella che tutti conosciamo e cioè della reintroduzione di regole di mercato in un settore alterato, cioè, altro che comunismo. I dettagli, una volta fissato l’obiettivo, si decidono collegiamente insieme nel governo. Perché dunque tutta questa sceneggiata isterica? Perché questa incapacità di confrontarsi con altre opinioni?
Episodio irrilevante forse. Tanto vale riconoscere l’avventatezza di Bertinotti e sottoscrivere le sagge osservazioni di Valentini su un argomento complesso. Ma non ne sono convinto. A parte che a Repubblica farebbero bene ad andarsi a spulciare il programma dell’Unione, che come segnalato dal Foglio contiene delle indicazione abbastanza estese su questo punto (pag. 261 e seguenti):
A questo concorre una distribuzione distorta delle risorse derivanti dal mercato pubblicitario. Risorse importanti che oggi favoriscono solo pochi soggetti, penalizzando interi settori, a partire da quello dell’editoria, della carta stampata e dell’emittenza locale.
[…]
Vareremo inoltre una normativa per tutelare la concorrenza nel sistema della comunicazione, eliminando le attuali distorsioni , favorendo e regolando l’evoluzione tecnologica. Ciò mediante la previsione di limiti alla concentrazione delle risorse economiche nei singoli mercati di cui si compone il sistema della comunicazione, e di limiti riferiti al sistema nel suo complesso, basati anche sul criterio della capacità trasmissiva utilizzata dai pro- duttori di contenuti.
Introdurremo strumenti normativi specifici, legati alle proprietà e alle posizioni di controllo dei media, che impediscano l’estensione delle posizioni dominanti in mer- cati contigui. Ferma restando la possibilità di articolare in maniera multimediale la produzione editoriale, dovremo escludere che gli operatori dominanti delle telecomunica- zioni e del comparto radiotelevisivo possano controllare quotidiani. In linea con gli indirizzi comunitari introdur- remo il principio di separazione fra i gestori delle infra- strutture di rete e i produttori di contenuti.
[…]
Dovremo regolare l’utilizzo delle frequenze – che sono un bene pubblico – in armonia con le indicazioni europee.
[…]
La Rai dovrà conservare ma anche rafforzare e migliorare la sua attività di servizio pubblico, nei contenuti editoriali e culturali, nell’informazione e nella qualità della pro- grammazione. È perciò importante che essa si rinnovi e si ristrutturi, come holding pubblica, in modo tale da attuare al meglio il duplice compito, che già oggi svolge, di servi- zio pubblico e di televisione commerciale. Al proprio ruolo di servizio pubblico e alle istanze diffuse per una migliore qualità dei contenuti che vengono dai cit- tadini, la Rai potrà meglio far fronte attraverso un assetto aziendale che ne garantisca l’indipendenza e che sia più funzionale alla attuale duplice natura della propria attivi- tà , rendendo meno condizionabile il servizio pubblico dalla raccolta pubblicitaria e contrastandone così l’appiattimento su modelli di tv commerciale non qualitativi.
Ma il punto non è neanche questo. Il punto importantissimo da capire è che nessuno regalerà niente a nessuno. O il centrosinistra allargato si da una mossa e decide, anche come blocco sociale che lo sostiene, di difendere le proprie ragioni o nessuno lo farà al suo posto. Pare banale, ma evidentemente non è così. Le divergenze, e vivaddio che ci sono, si risolvono dialetticamente senza farsi prendere dal panico o insultare. Io di quelli che invocano tolleranza e moderazione tirando giù randellate verbali ne ho piene le tasche: non sono un idiota. Il dialogo, anche con l’opposizione, funziona nel momento in cui ti proponi in termini chiari e decisi; mentre se annaqui i tuoi messaggi o fai il timido l’interlocutore se ne approfitterà .
O c’è una presenza di spirito e una consapevolezza del contesto in cui ci troviamo o al primo colpo di vento di essere tirati giù da chi in Italia fa resistenza senza quartiere al cambiamento.