Sindrome italiana
C’è una cosa curiosa in questo mondiale che si è concluso. Che ci siamo trovati in almeno due occasioni, con la Germania e con la Francia (il caso Frings e ora Zidane), a fare noi la parte di quelli che mantengono la testa sul gioco e lasciano che la cortina di polemiche che inevitabilmente monta a bordo campo rimanga dove sta. E d’altro canto la particolarità di questa nazionale, che eccezionale non era, è stata proprio quella di essere stranamente serena, forse anche come conseguenza di avere fatto il pieno negli anni passati di un mondo del calcio esasperato e tirato, che si era perso per strada i tifosi prima ancora che il sistema implodesse sotto il peso degli scandali.
Noi e i nostri vicini continentali siamo arrivati alla fase finale con premesse, un percorso e sentimenti per molti versi simili, cosa su cui varrebbe la pena di spendere un pensierino in questi quarti straeuropei, ma che invece temo ora passerà in secondo piano. Sarebbe un segno di intelligenza elevare un attimo lo sguardo e quanto tutti cerchino nel trionfo del calcio un’occasione di ricomposizione nazionale di fronte alla crisi, che è comune ed è la stessa per tutti, e di redefinizione delle proprie identità .
L’Italia che è quella che sta messo peggio si è presentata all’appuntamento con un qualcosa in più di determinazione e di capacità di guardarsi dentro senza troppi compiacimenti. Questo sono abbastanza convinto abbia determinato l’esito finale del torneo e pure l’andamento dell’ultima partita. I francesi si sono ripresi in tempo per superare di slancio e dando spettacolo Spagna e Brasile risvegliando l’interesse in una competizione sottotono. Ma da lì in poi il crescendo di successi gli ha creato qualche problema in madrepatria perché increduli e sentendosi baciati dalla sorte hanno ridato fiato alla retorica degli eroi combattenti, che incantano, faticano e riassumono in sé le virtù nazionali. Sentendosi la vittoria in tasca hanno sovraccaricato la squadra di attese e responsabilità . Con un commissario tecnico non benvoluto tra l’altro ma a cui riconoscere giocoforza i risultati: una situazione molto sacchiana per certi versi.
Il resto si racconta in fretta: hanno giocato la loro partita bene e come sapevano ma non abbastanza. Il bottino di 120 minuti di gioco parla da sé: una realizzazione su rigore che si sono fatti recuperare e qualche azione. Il calcio è questo. Zidane, la veronica, il gioco di gambe, lo scatto di Henry, la mordacità illuminante di un RIbery, la classe di un Thuram: ti è bastato? No. Hai cozzato contro la miglior difesa del torneo e d’altronde non si può sperare di vincere una coppa del momento senza faticare, né ritrovarsi sempre di fronte un Brasile bollito.
Io penso che la loro sconfitta, l’esplusione di Zidane, il delirio a cui si stanno abbandonando ora stia tutto qua. Li hanno dipinti come eroi e non potevano permettersi di tornare a casa a mani vuote, la sconfitta era inammissibile, soprattutto con chi non ti da il colpo di grazia, lasciando spazio alle rimuginazioni. Il giocatore più responsabilizzato e che più si sarebbe portato il peso di un insuccesso ha tirato per 110 minuti senza riuscire a dare una svolta alla partita e poi gli è saltata la mosca al naso. Nella forma e nella stazza di un Materazzi, che a quel punto è solo la dispettosa mano del caso in una vicenda già decisa. Le parole che gli ha detto? Mmm, mah, si vabbhé.
Sindrome italiana dicevo perché stupisce ora vederli i nostri cugini presi dentro un gorgo che conosciamo benissimo: tutto ti congiura contro; gli avversari ti vogliono male e sono dei farabutti e comunque si sa che nel paese loro sono dei ladri e che quel giocatore una volta mi ha detto mio cugino che vive in Australia che è un gran bastardo; e perché non pensano ai problemi loro e non se ne stavano a casa questi mafiosetti che chissà chi li appoggia; etc. Giù nella spirale della negazione dei propri limiti.
Un’altra cosa tipicamente nostrana in cui si trovano ora indaffarati è il ribaltamento di fronte: più grande è il discredito risultante dalla colpa (vedi Zidane), più hai possibilità di rigirare il giudizio sostituendo alla disapprovazione l’orgoglio: non solo Zizou non ha niente da rimproverarsi ma siamo orgogliosi di lui e quello da punire è chi lo ha provocato, certamente la reazione ha avuto un ben fondato motivo. A bon. Nel vortice delle recriminazioni l’episodio, di cui sono convinto gli azzurri, come già su Klose, avrebbero fatto volentieri a meno, sta crescendo man mano fino ad oscurare la stessa partita, e i suoi meriti e demeriti: il refrain della vittoria negata è diventato il fulcro di molti discorsi. E più neghi l’evidenza più devi spararla grossa al passo successivo.
Non so, mi sembra un triste epilogo per questo mondiale, che meritava altre riflessioni ed altri atteggiamenti.
13 Luglio 2006 alle 1:29 pm
Ottima analisi Antonio. Lucida ed equilibrita come sempre. Io però ho avuto una strana impressione già prima dell’ inizio del torneo; ricordi gli strani attacchi germanici (leggi Beckenbauer) alla nostra nazionale dietro la spinta pretestuosa degli scandali? Non so se è una tesi sostenibile, ma imho un po’ di semplice timore calcistico nei nostri confronti c’era, la banale paura di essere ancora una volta sconfitti dagli azzurri, è possibile? Di fatto, ora siamo sempre più l’ incubo calcistico dei tedeschi.
L’ atteggiamento snob dei francesi e la loro incapacità di incassare la sconfitta degnamente è veramente insopportabile, mentre Cannavaro mi stava già simpatico prima, Materazzi lo è diventato ora e come non fare una mezz’ora di applausi ad un certo Grosso piombato li non so da dove. Non sono un grande appasionato di calcio, ne un tifoso e tanto meno “nazionalista” (e tu lo sai bene) ma questa volta, questi ragazzi, sono stati davvero un gradino sopra tutti e non solo in campo. I francesi possono dire, fare, baciare, lettera e testamento ma non credo riusciranno con queste cose a buttare un’ ombra su una vittoria limpida come il sole….. figurati che sono riusciti a fare sventolare il tricolore anche a me, e questo si che è un miracolo azzurro, credimi
17 Luglio 2006 alle 12:10 pm
Alla fine penso che la Francia abbia più cose in comune con l’Italia di quanto sia disposta ad ammettere. C’è che in questa fase non siamo molto più disillusi, con i pro e i contro del caso, mentre loro spesso si baloccano nella celebrazione delle tante eccellenze, il che li porta ad essere molto reattivi da un lato (vedi le manifestazioni contro il contratto di primo impiego) ma anche a sorvolare sugli aspetti profondi di alcuni problemi che stanno vivendo. Esempio concreto: la squadra dalle diverse provenienze è un buon vessillo della capacità di integrazione della società , ma è anche un vessillo sbiadito sotto cui si celano nel concreto problemi dolorosi e irrisolti.
19 Gennaio 2007 alle 9:33 am
Google is the best search engine