I circolini dei quartierini
Oh, qui ci starebbe una bella nota introduttiva e ci si potrebbe dilungare, ma conoscendomi campa cavallo, mettiamo il link e poi casomai se ne discute, se mai ne farò un post compiuto.
A me che Lia sia tornata in Italia è dispiaciuto anche, perché per raccontarle le cose bisogna che ci arrivino con una certa leggerezza e la cosa più leggera che ultimamente si può rimediare da noi è un bel randello sui denti. D’altra parte non si può neanche essere sempre altrove rispetto a dove esplodono le contraddizioni. In questo mondo che ha ricominciato a restringersi e a percepirsi più piccolo e meno vario di quello che è, un pezzo significativo delle scosse di assestamento che ci agitano e strapazzano, quello forse meno stimolante ma anche cruciale, continua a manifestarsi qui da noi nel vecchio mondo.
Da integralista quieta quale è Lia di questo impatto non cercato, quando se l’è trovato incontro, non s’è fatta mancare nulla. E dopo mesi di comatosa digestione di un rospone dalla taglia eccezionale ha messo a fuoco la questione o un aspetto di essa.
La battaglia ha delle modalità , un significato e la presa di posizione ha una ricaduta forse di non immediata comprensione per chi non ha un’esperienza diretta di questi problemi, visto che tocca una realtà che nella balcanizzazione della società non emerge o arriva distorta, persa nella guerra tra bande e tra lobby, piccole enclavi autosufficienti, su cui si sta conformando il confronto civile.
Allo stesso tempo ci sono altri aspetti della vicenda di senso più generale, che dovrebbero dire molto al di là dello specifico immediato, perché il discorso di Lia in qualche modo si fa ricettore di tanti frammenti di un ragionamento collettivo che è in corso, magari svolto indipendentemente e non reciprocamente dichiarato.
