French fries

Ecco limo solo un momentino la prosa e poi dormire, guarda che dicono in tv, appoggio cinque minuti la testa (vestito) e poi …. zzzzz.
La prosa rimane quella che è e io esco.

Volevo mettere in apertura un inciso di La Russa, ma la ennesima lunga giornata si è conclusa abbastanza bene e non c’è ragione di
imbrattarmi col suo cinismo opportunista, anche se posso condividerne una frase. No, non è indifferente l’esito delle elezioni di
oltreoceano se non per uno stronzo (ministro) o un ottuso. Ma il fatto che a ognuno il suo e che i casi americani non necessariamente sono un
paradigma universale è una costantazione di buon senso che dovevamo proprio farci ribadire da un La Russa.

Inizialmente la mia distanza da questa tornata elettorale e dalle primarie che l’hanno preceduta e dall’entusiasmo che con largo
anticipo era scattato negli aficionados ancora prima, era una ricaduta del clima attraverso cui ci si era arrivati. Alle spalle di tutto questo quel periodo in cui una strana aderenza distorta agli States dominava i dibattiti a colpi di quanti editorialisti del NYT, WSJ, LST, New Yorker si erano inzuppati nel caffellatte insieme alla brioche. La grande stagione terzista, ricordate?, quella in cui l’ossessione per la pezza d’appoggio con cui corroborare il randello che calava sulla cucuzza dell’interlocutore ha raggiunto il suo apice e la citazione della fonte, qualsiasi fonte da snocciolare un parossismo pari solo alla perdita di senso progressiva provocata dall’invasione di cifre e dati in libertà con cui ancora facciamo i conti, come con i detriti lasciati da un’inondazione. Con l’aggravante che l’altra faccia di questa vaga vena cosmopolita era il disinteresse sufficiente verso le vicende nostrane.

La seconda ragione è che invece di essere catturata con anni di anticipo dal quesito su chi sarebbe stato il successore del primo cittadino
americano la mia attenzione era curiosamente ferma, vedi quando manca la freschezza e la prontezza mentale, al passo precedente, lo sguardo
posato su colui che attualmente ricopriva quella carica, in attesa di una conclusione, come davanti a un film per cui hai pagato un biglietto e non è il caso di alzarsi a metà che è pure un po’ cafone. Insomma e la guerra e tutto? Che ci si sfiniva a colpi di fendenti e poi via via è diventato un fallimento assodato e acquisito che è bene far scivolare in secondo piano e non sta bene e non è cortese parlarne, visto che è di suo evidente senza bisogno di infierire troppo. Il computo delle responsabilità ed errori, l’analisi, l’effetto e la causa, il chiedere conto per questo giro lo saltiamo; guardiamo avanti, parliamo dell’america del futuro per esempio di Hillary ed Obama, tu con chi stai? Ora non è che una questione grava sull’altra impedendo di svoltare pagina, anche se una certa naturale concatenazione temporale come si diceva ci sarebbe, ma dopotutto sono fatti indipendenti e quale che sia l’esito di questo voto le domande sull’Irak rimangono lì: chi paga i danni, chi può essere chiamato in causa, chi si assumerà la responsabilità delle scelte collettive ed individuali? L’impressione è che al presidente già popolarissimo e poi semplicemente dumb sia stato lanciato con largo anticipo un salvagente sicuro per uscire di scena senza clamore da dumb e mediocre, emancipando in nome della sua dumbaggine un po’ tutti e tutto. Nessuno ha veramente scelto e nessuno poteva veramente opporsi.

Come che stiano le cose in questi anni la domanda su come un società matura e civile si sia fatta prendere ostaggio da dei personaggi del
genere, li abbia rivotati alla prima occasione, non sia riuscita a trovare il modo e la forza di liberarsene una volta constatato lo sfacelo, ha continuato a martellarmi insistentemente, piuttosto che chiedermi come i democratici avrebbero forse ottenuto una storica vittoria dopo 8 anni di sta roba inguardabile.

Infine in una fase in cui il mondo si fa piccolo e più prossimo, in cui si sostiene a ragione veduta che sul voto statunitense spetterebbe
idealmente di dire la propria a molti di più di quelli che sono formalmente titolati ad esercitarlo, io da europeista ammaccato penso
che anche se le conseguenze saranno per tutti, la scelta sia in capo a loro, stia a loro dimostrare di sapersi cavare fuori da dove si sono
infilati. Dopo una sbornia di appiccicamento morboso e annullamento fasullo delle differenze, delle distinzioni e delle
peculiarità, sono convinto che nel medio periodo emergerà una consapevolezza molto più matura del carattere indipendente e
individualmente delineato che ogni area del mondo incarna, per quello che è in se stessa e per la capacità di rendersi fautrice del proprio
destino.

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