Archivio della Categoria 'Politica estera'

Noi tutti

Giovedì 26 Aprile 2007

Sarkozy

via Angry arab

Chi l’ha scritto?

Domenica 18 Febbraio 2007

Non è il massimo della scorrevolezza ma leggetelo tutto mi raccomando, o almeno tanto, anzi parecchio. Poi se ne riparla.

E se, in vista dell’approvazione del decreto sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, la maggioranza parlamentare che sostiene il governo Prodi provasse a discutere, in relazione al punto cruciale che riguarda la presenza italiana in Afghanistan, di che cosa sarebbe veramente utile per quel paese e i popoli che lo abitano? La convergenza realizzatasi nel vertice dell’Unione sulla politica estera potrebbe per questo aspetto costituire un buon punto di partenza.
Se così si facesse, dunque, si capirebbe che gli afghani certamente non hanno bisogno dei bombardamenti a tappeto della Nato a cui sono sottoposte le regioni meridionali del paese, fatti in nome della guerra ai talebani ma destinati ineluttabilmente a colpire la popolazione civile. E, tuttavia, si scoprirebbe anche che, dal nostro punto di vista, quello dell’Italia, il problema vero, oggi, non è se le truppe italiane debbano ritirarsi o meno, e in quanto tempo debbano farlo, ma a servizio di quale politica esse siano poste.
(more…)

Non perdere di vista il contesto

Domenica 11 Febbraio 2007

Smiling in Balata
(foto di Shabtai Gold, tutti i diritti riservati)

The Independent Jewish Voices expect all sides as well to comply with ‘international law’. And I think to myself, in a world where America is a single superpower, international law and UN resolutions have very little to do with ethical thinking. Moreover, even the historically accepted 1947 partition resolution is non-ethical to the bone. Once again, I would expect the ethically orientated Independent Jews to stand out and promote ethical thinking rather than resolutions that are grounded by hegemony and military might.

Gilad Azmon commentando la presa di distanza dalle posizioni acriticamente filoisraeliane da parte di alcune eminenti personalità ebraiche inglesi, riflette sul significato delle parole a cui ci affidiamo ogni giorno, dimenticando il senso relativo che assumono nel mondo del dopo 11/09 (o 1989?). Grassetto e link miei.
(via Peacepalestine blog)

Sulla scorta di questo tipo di inquadramento, mi chiedo nuovamente: che ci stiamo a fare in Afghanistan (*)? Quale posizione abbiamo riguardo alle manovre per un futuro coinvolgimento nella guerra permanente dell’Iran?

E naturalmente: perché prosegue l’embargo economico nei confronti dell’amministrazione palestinese, perché si tollera e si provoca la degradazione delle condizioni complessive di chi ha la sfortuna di essere nato in quelle terre?

*) è una domanda vera, non retorica, se qualcuno volesse rispondere

Tutto quello che ti dico è vero, a metà.

Sabato 25 Novembre 2006

Se siete interessati a capire cosa sta succedendo in Libano, dimenticate quello che avete sentito in questi giorni e leggete questo articolo del Guardian.

Mobilitazioni

Domenica 19 Novembre 2006
Il serpentone arcobaleno in Piazza Duomo

Secondo voi è normale che mentre nel mondo la questione dell’emergenza palestinese sta pur timidamente tornando sotto i riflettori in Italia per raggiungere lo stesso risultato ci vogliano delle mobilitazioni di piazza, che poi puntualmente si concludono parlando di tutt’altro, di Diliberto, di Prodi, di Bertinotti che si dissocia, di forumpalestina che polemizza col tavolo della pace e viceversa, dei dissenzienti, dei concordanti?

Intanto all’estero parlano di questo: Un ‘escudo humano’ formado por cientos de palestinos impide un ataque israelí en Gaza

Mi sono perso qualche cosa?

Martedì 12 Settembre 2006

Mentre spopolano le capezzonate è passato più o meno in sordina il nuovo profilo istituzionale che l’infaticabile pasionaria Emma ha ritrovato nel ruolo di ministro per il commercio internazionale.

Dichiara al Corriere e sottolineo bene ogni parola:

Non la imbarazza ora dover gestire i rapporti economici con un paese che fa lavorare milioni di bambini?

Non mi imbarazza, alla fine dell’800 anche da noi lavoravano i bambini. So bene che nelle fabbriche cinesi sembra di essere in un racconto di Dickens. Però il potere non riesce più a controllare tutto. Wal Mart, per esempio, ha dovuto subitre un aumento salariale dal sindacato locale. No, non mi imbarazza anche perché non vedo alternative. Che facciamo, la bombardiamo? E poi credo che ci vorrrà tempo: più il Paese si apre, più i cinesi girano, più guarderanno le televisioni, più ci sarà contaminazione di democrazie.

Nessun rinfacciamento d’incoerenza, mi stupisce il cambio radicale di approccio.

Pssst, don’t tell Georgy (*)

Domenica 10 Settembre 2006
Iranian power plant

(copyright Holger Spamann 2002)

Tutte le esperienze passate ci dicono che [le sanzioni] non funzionano, non scalfiscono il regime, e anzi le sanzioni contro l’Iraq hanno rafforzato a suo tempo Saddam Hussein. Usa e Europa sono consapevoli del fatto che non si deve penalizzare il popolo iraniano, che è un grande popolo. Il problema è che tutti, in Iran, sostengono il diritto di perseguire attività nucleari, da quelli che sono per lo Scià ai democratici, dai liberali ai conservatori, e così il tema del nucleare è l’unico in grado di ricompattare i conservatori.

[…]

Tutto questo per dire che in Iran esistono oggi molti conflitti, e quello principale non è tra l’Iran e l’Occidente, ma tra l’Iran e se stesso. Gli ultraconservatori sperano nell’isolamento dell’Iran, perché questo permetterebbe loro di avere il controllo del paese per altri 5-10 anni.

[…]

Mille raid non sono un attacco, sono una guerra. Ci sono vie per trattare? Rimpiazzando Mossadeq (il primo ministro iraniano rimosso nel 1953 dalla Cia e dalla Gran Bretagna, ndr) l’Occidente ha scoperto Khomeini. Non sostenendo e incentivando i riformisti di Khatami, ora ci ritroviamo Ahmadinejad.

[…]

Stati Uniti e Gran Bretagna non hanno credibilità in Iran. La questione del nucleare di Teheran è nelle mani dell’Europa, che deve lavorare a stretto contatto con Cina e Russia, senza dimenticare che il nucleare è l’unico tema in grado di mettere d’accordo tutti in Iran

(Terence Ward intervistato su Caffe’ Europa nel marzo di quest’anno)

When hostilities eventually ceased, negotiations between the US and Iran would necessarily ensue. Why not pursue them now and bypass the intervening catastrophe?

(Richard Heinberg Energy Bullettin, agosto 2006)

* il titolo è il commento ironico di Holger, sempre lui, a questo scatto che immortala una centrale - termoelettrica in realtà - incrociata dalla parti di Qazvin.

La vita è tutta una diretta

Mercoledì 9 Agosto 2006

Ma il governo israeliano che annuncia altre 3 (4? 5?) settimane di guerra sarà lo stesso che ieri si diceva interessato alla proposta libanese di dislocare l’esercito nel sud? Deve essere un gesto di buona volontà rispetto all’apertura suggerita da Stati Uniti e Francia.

Ed è lo stesso che doveva sradicare gli Hezbollah, ma poi non più? E quello che i corridoi umanitari assolutamente sì, ma il cessate il fuoco no (poi una volta decaduta l’ipotesi di tregua neppure i corridoi)? E quello delle 48h dopo Qana, saltate purtroppo per tempi tecnici (ma rispettate da Hezbollah)? Ma che accordo ci puoi fare con questi?

E gli americani saranno gli stessi che trattano all’Onu e dall’altra danno semaforo verde ad azioni che rendono le trattative carta straccia? E Chirac che continua ad attaccare la Siria e chiedere collaborazione sul processo Hariri, ma quanto è rimbambito?

Comunque tornando a Israele, secondo me Repubblica online ha finalmente trovato un soggetto che si attiene nella dichiarazioni allo stesso grado di volubilità con cui loro compongono i titoli, e per la prima volta incolpevolmente si trovano a dare notizie in pari con gli avvenimenti.

Ora come primo articolo hanno messo la famigeratissima “diretta”, il rullone continuo aggiornato in tempo reale, così non si perdono una virgola di questa fase acuta di schizofrenia internazionale.

Fiabe moleste

Martedì 1 Agosto 2006

After the Israeli killing sprees in Lebanon, I am not in the mood to hear one word about the investigation of Hariri’s assassination. Not a word. Maybe if you investigate Israeli massacres in Siddiqin, Tayr Harfa, Srifa, Nabatiyyah, Qana, Marwahin, and others, I may reconsider. (via angryarab)

Le indagini condotte dall’ONU sull’assassinio dell’ex-primo ministro Libanese Rafik Hariri sono state nell’ultimo anno e mezzo l’elemento di attenzione principale della comunità internazionale rispetto alla transizione libanese. O meglio dell’Europa, che nel mondo disegnato sulla visione statunitense, pensa che il suo ruolo alternativo sia quello di applicare con un approccio più morbido le parole d’ordine del forzuto alleato: quello agisce con i muscoli, noi per la via legalitaria e persuasiva. Non dico di dialogo perché questo presupporrebbe di avere una propria interpretazione delle cose e di avere la consapevolezza che ne esistono altre con cui confrontarsi.

L’Europa di questi tempi non si da delle risposte (tantomeno si pone le domande), ma applica con piglio ingegneristico degli schematismi. Per esempio pensare che il verdetto di un tribunale possa essere il sostituto di un processo politico, quello della costruzione di un nuovo Libano in cui fossero sciolti gradualmente i nodi necessari a garantire una stabilità di lungo termine (si parla ovviamente delle prospettive anteguerra). O che l’inserire Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche - una specie di atto dovuto, protocollare - avrebbe in qualche modo giovato alla distensione nell’area. Possiamo fare oggi un bilancio in retrospettiva di quanto siano stati utili questo tipo di premure e questi interventi soft per un progredire positivo della situazione.
Poi uno si chiede perché mi adiro con un Prodi che al G8 si prodiga in uno scambio di sorrisi e cortesie con W. Bush ed esprime piena soddisfazione per aver dimostrato che l’Italia non è distante dall’alleato americano. Non è un problema di discontinuità simboliche come le chiedono i frondisti della maggioranza, è un problema di sostanza: se l’agenda statunitense è quella che sta all’origine della devastazione e del crollo a catena che sta investendo un paese dopo l’altro, non basta ritagliarsi una nicchia di ragionevolezza all’interno di questo quadro. Non serve a niente. Devi essere capace di operare una cesura. Di andare in una direzione divergente da questi ubriachi. Che senso ha parlato di “pace” come ha dichiarato il nostro primo ministro in questi giorni? Quale che sia l’approdo di questo disastro la pace non ha più dimora da quelle parti, il danno enorme è già stato fatto. E’ già tanto se si riesce ad accennare a una tregua, che comunque resta una chimera (guarda caso il linguaggio proposto da Hamas per la Palestina, conoscendo per esperienza diretta come funzionano realmente le cose). Parlare di pace o parlare di questa guerra come un’opportunitò di dare una risistemazione duratura degli equilibri mediorientali è avere perso il senso delle parole e la misura della realtà, è il vivere in una dimensione fiabesca parallela.
Il ministro degli esteri italiano che è dotato almeno di un lucido cinismo e francamente sembra meno rintronato del suo superiore, ieri faceva notare che se Israele è intenzionato a proseguire la guerra gli altri paesi non possono fare praticamente nulla per impedirglielo (salvo attaccarla armi in mano, si intende) e qualsiasi iniziativa di mediazione è svuotata di senso. Altro che pace. Altro che i pietosi giri di telefonate che si vogliono far passare per attività diplomatica, anzi alta attività diplomatica, per un’Italia che ha ritrovato il suo ruolo tra i grandi. Prodi che chiama Siniora e gli ripete le condizioni israeliane (peraltro di paravento, fanno quello che gli pare): una grottesca ironia.
Per chiudere un’altra perla da angryarab:

The leader of the Lebanese sectarian movement that called for the withdrawal of Syrian troops from Lebanon in the name of sovereignty and independence says: “We need a force that can cover all of Lebanon, like in Kosovo.” Enjoy the batata revolution of Lebanon.

Repertorio

Martedì 18 Luglio 2006

Vista la condizione in cui naviga, ormai più che la stampa nel particolare, direi tutta la nostra opinione pubblica, citare un’intervista anche scontata come questa al primo ministro libanese, diventa un’opera di pubblica utilità. Anche perché a forza di sentire che Libano e Israele viaggiano d’intesa e d’accordo, attribuendo a una follia di Hezbollah le responsabilità della situazione attuale, ho paura che si perdano di vista i termini della questione. Tanto per dare un’idea:

La liberazione dei detenuti libanesi è una richiesta legittima del Libano. Perché ricondurla al solo Hezbollah? Come potrei non preoccuparmi della sorte di cittadini libanesi detenuti nelle carceri israeliane? Quando chiedo che cessino le violazioni dello spazio aereo da parte di Israele, significa forse che faccio mio il punto di vista di Hezbollah? Israele pretende che si disarmino i guerriglieri Hezbollah. Gli rispondo: c’è un modo semplice di pervenire a questo risultato, ed è di trovare una soluzione ai problemi.

Israele accusa gli altri di terrorismo, quando sono loro a praticarlo nelle forme più dure. Creano problemi che vengono mantenuti nella condizione di piaghe aperte per usarli come mezzo di pressione. Io voglio parlare dei libanesi che detiene, delle mine che ha posato nel Libano del sud e di cui si rifiuta di trasmetterci le mappe, quando decine di persone rimangono uccise o sfigurate ancora dopo anni a causa di questi ordigni.

Israele viola sistematicamente il nostro spazio aereo e le nostre acque territoriali, continua a occupare le fattorie di Chebaa, un territorio libanese di 45 km quadrati, che dichiara appartenere al Libano. Come spiegare un tale comportamento se non con la volontà di mantenere uno stato di tensione e di fare pressione sul Libano? La mancanza di una sistemazione definitiva di questi problemi endemici favorisce l’estremismo. Le soluzioni improvvisate e superficiali non fanno che complicare le cose.

Abbiamo detto e ripetuto che non siamo stati informati preventivamente della cattura dei due soldati israeliani, che non assumiamo la responsabilità di questo atto, né lo appoggiamo. I massacri e le distruzioni a cui si abbandona Israele per i due soldati catturati sono forse accetabili?

Oggi c’è stata una strage nel villaggio di Aïtaroun e nella città di Tiro. Ieri nelle località di  Bayada e Mirouahine. Le vite libanesi valgono davvero così poco?